Venezia, il ticket non fermerà l’overtourism. L’alternativa? La prenotazione

Il provvedimento non fissa soglie di accoglienza massima, e così l’overturismo sarà sempre comunque legittimato. Le entrate nette saranno peraltro insignificanti. L’alternativa? Un sistema di prenotazione/previsione dei flussi secondo un modello flessibile di capacità di accoglienza articolata per mesi, settimane e giorni dell’anno, sostenuto da una serie di appetibili pacchetti di incentivo alla visita, a vantaggio sia dei visitatori che della città.

Piazza San Marco affollata da turisti, San Marco, Venezia


Venezia, simbolo internazionale dell’overturismo, si va proponendo come battistrada per soluzioni innovative, buone magari anche per esportazione, associando tecnologia e costo di accesso per la gestione di grandi flussi. Che a Venezia, come in altre città turistiche, per esempio la città alta di Bergamo prima del Covid, sono quotidiani, mentre altrove, come Milano o Verona, si accompagnano solo ai grandi eventi.
Sono ormai tre anni che il “contributo di accesso” – giuridicamente assimilato alla “tassa di sbarco” delle piccole isole – ha ottenuto formale riconoscimento legislativo, e ora trova applicazione.

Il tema è il sovraccarico di visitatori a Venezia, una città conclusa circondata dall’acqua – 900 ettari di tessuto storico urbano – dove sono limitati i punti di accesso su cui quotidianamente premono crescenti folle di visitatori a fronte di un numero molto inferiore di abitanti stabili. Di recente scesi sotto la soglia di cinquantamila.

Ma chi sono i visitatori? Primariamente i pendolari per studio e lavoro che, grosso modo, corrispondono agli abitanti stabili, così portando il numero di utenti urbani a mezzodì verso un ammontare di circa 100 mila presenze nella città d’acqua. A partire da questo plafond vanno poi sommati i turisti, classificabili in tre fattispecie. Quelli pernottanti nei quasi 19 mila letti degli hotel, cui va aggiunta la quota degli alloggi privati, stimabile in circa 40 mila letti disponibili nelle recenti strutture prodotte dalla sharing economy di Airbnb. A questi si aggiunge la ulteriore variabile del flusso di visitatori giornalieri, i day tripper, organizzati e non, che rappresentano la componente più imprevedibile, e molto spesso maggioritaria sul totale di visitatori. Con la aggiunta di queste tre componenti il carico teorico urbano di punta giunge alle 200 mila presenze. Che si accalcano fino alla paralisi nelle aree centrali.

Chiaro che i pernottanti non arrivano a saturare quotidianamente l’offerta dei 60 mila letti, qualcosa che avviene in certi periodi dell’anno e, ancor più, in concomitanza dei grandi eventi. Quelli che, sommati ai giornalieri, paralizzano la città storica. Croce per gli abitanti e delizia per gli operatori.

La giovane tecnologia di monitoraggio della “Control room” del Tronchetto ha dunque appena cominciato a fornire dati aggiornati sui flussi di entrata, rilevati dalla telefonia mobile individuale, pur se questi dati non siano ancora stati sottoposti a certificazione, per questione di attendibilità degli stessi e ancor più di privacy. Ma sono comunque questi numeri su cui si impernia la filosofia del costo di accesso. Ed è qui che nascono i problemi applicativi. Chiaro per chi viene per turismo, ma per chi viene per ragioni di lavoro, di salute, di parentela o amicizia, e così via? Censite allo scopo qualche decina di tipologie di legittima esenzione all’accesso saltuario, tra cui spicca la esclusione degli abitanti metropolitani di cui Venezia è capoluogo, ma anche tutti i veneti, e poi, in particolare, gli utenti stagionali dalle spiagge. A questo punto parliamo tranquillamente di milioni di persone.

Comunque sia, esentati, legittimati o semplici cittadini veneziani, saranno tutti tenuti a esibire il titolo di cittadinanza o di accesso, e, nel caso frequente di grandi afflussi, servirà in ogni caso una vigilanza aggiuntiva da finanziare coi proventi delle entrate, una cifra oscillante tra tre e dieci euro pro capite in grado di produrre qualche milione di entrate. Secondo l’indice di affollamento previsto. In pratica con i proventi dell’accesso si finanzierebbe il costo della vigilanza aggiuntiva. Una operazione somigliante alla macchina celibe.

Ma non è finita. Chiaro che la previsione di costo debba essere tarata sulle previsioni di afflusso, ma soprattutto il fatto che non venga fissata alcuna soglia di capacità di accoglienza massima, e che, in buona sostanza, l’overturismo sarà sempre comunque legittimato, con la semplice contropartita di un costo maggiorato imposto all’accesso.

Alla luce di tutto ciò, quello che doveva essere un sistema di regolazione dei flussi è stato semplicemente trasformato in diritto di esazione per l’accesso ad una città europea contemporanea, dotata di una singolare “moderna“ forma di cinta daziaria. Caso unico in Europa. Nella realtà, sono circa quattro decenni che la città dibatte sulla soglia turistica più conveniente, inizialmente pensata attorno a ventimila presenze, ma poi cresciuta mano a mano che la città perdeva abitanti e, con essi, il suo connotato di luogo di vita convertito in luogo di visita di massa.

L’alternativa in campo è sempre stato il principio di prenotazione/previsione dei flussi secondo un modello flessibile di capacità di accoglienza articolata per mesi, settimane e giorni dell’anno e sostenuto da una serie di appetibili pacchetti di incentivo alla visita, a vantaggio sia dei visitatori che della città. Dove il turista è soggetto attivo della prenotazione e non oggetto passivo di registrazione.

La strategia messa oggi in campo a tutti gli effetti appare invece ben diversa da qualsivoglia concetto di sostenibilità del turismo urbano. L’immagine che ne esce è piuttosto quella di un orientamento mercantilista dell’amministrazione urbana che, con gli strumenti che ha a disposizione, intende semplicemente associare la visita ad una nuova entrata dal gettito quasi insignificante, a fronte di una legittimazione puramente quantitativa del turismo, ispirata dal mantenimento di un effimero consenso di alcune categorie locali.

È certo che con gli strumenti tecnologici oggi disponibili a Venezia si può fare di più e, soprattutto, di meglio.


Franco Migliorini