La prenotazione di Brugnaro.

Dunque Brugnaro è favorevole a prenotare la visita a Venezia (Corriere 14 luglio).

Per cinque anni ha predicato, e poi ottenuto, la tassa di ingresso, cioè i schei, ma ora scopre la prenotazione, dopo che la tassa non è mai entrata in funzione, a prescindere dalla pandemia che ha fatto crollare l’overturismo e con esso il traino del consenso elettorale, proprio alla vigilia del voto.


Ora la prenotazione affascina, noi la sosteniamo da anni, la scopre anche Baretta e il PD, è una parola nuova nel lessico amministrativo delle suggestioni elettorali, dunque va gettata nell’agone come cosa propria senza spiegazione del perché non è mai stata praticata. Serve infatti a prevedere il numero e a prevenire il disagio urbano del sovrannumero, ma ora si presenta come il metro della speranza degli arrivi, una luce in fondo al tunnel. Quindi serve a riempire il vuoto col desiderio, nella speranza che i grandi eventi muovano gli arrivi.


Ma non è così che funziona, il grande evento è Venezia, non gli eventi della tradizione trasformati in folclore della storia urbana.


Ma questo Brugnaro, imprenditore da palasport tutto esaurito, non lo capisce. Annaspa alla ricerca di qualcosa che gli sfugge e questo ormai la gente lo capisce. Ha la cartuccera vuota, ci prova a tenere la scena, ma non possiede le parole perché la sua idea è giunta al capolinea.


Venezia attende una nuova narrazione.


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