Il Bambino migrante di Bansky scompare, complice il motondoso tornato a livelli pre-covid

La condizione precaria dell'opera è uno dei simboli dei problemi della nostra città

Il Bambino migrante di Bansky sta pian piano scomparendo. Il suo è un lento, ma inesorabile degrado, che l’artista di Bristol ha mirabilmente affidato agli effetti del motondoso. Evidentemente Bansky conosce Venezia e certi veneziani, o, almeno, si è fatto spiegare bene le cose. Sa che la città del turismo non rinuncerà mai alla velocità dei taxi a favore della salvaguardia dei suoi edifici. Il traffico di Rio Nuovo, appena è stato possibile, è tornato ai livelli pre-Covid, così ha ripreso a rovinare le rive e a portarsi via, un po’ alla volta, anche quest’opera effimera.
Vince il motondoso sull’obbligo di installare il GPS a bordo, misura di cui si parla da anni, ma che nessun colore politico è mai riuscita a far adottare. Vince l’esigenza di far soldi e di accontentare i clienti che non ne vogliono sapere di accettare i limiti di velocità di cui ci sarebbe bisogno.
Qui in città lo sappiamo, lo vediamo tutti - piaccia o no - che il livello del medio mare si è alzato nei decenni e che basta pochissimo, oggi, per bagnare sempre più gli intonaci, far attecchire le alghe e impregnare di salso muri e fondamenta degli edifici che affacciano i canali. Vogliamo fare qualcosa su questo o preferiamo continuare a girare la testa dall’altra parte?
Il Comune, mi chiedo, ha mai riflettuto su tutto questo? E tornando all’opera di Bansky, l’Amministrazione intende fare qualcosa, preservarla oppure documentarne il degrado, proprio per esaltarne il significato, oppure preferisce ignorare il messaggio?


Giovanni Andrea Martini